Sono destra e sinistra categorie politiche e morali ancora valide? Quali definizioni possiamo trovare per esse? Su quale fondamento possiamo definirci di destra o di sinistra? Prima degli uomini politici, più o meno disgustosi (presupponiamo il disgusto piuttosto che l’adesione, ma se vivessimo in un altro paese potrebbe benissimo essere il contrario, primo segno di disagio italiano), prima dei partiti che più o meno ci rappresentano (crediamo in qualcosa come un partito? In un organismo cioè che in base a punti di un programma – e si può dire che certi partiti abbiano un programma? Soprattutto se fanno promiscue alleanze?), destra e sinistra sono categorie che nessuno ci toglie dalla testa, sebbene molte siano le immagini, più o meno ingenue che assiepano la nostra mente, vediamo di capirci qualcosa.
Tanto per iniziare: perché si vota destra piuttosto che sinistra? (e prima ancora perché si vota?) Si può votare per ideologia (‘perché i miei valori sono questi’) tanto perché si è guardato ai risultati (‘il candidato di c.sinistra che gestisce la mia regione ha lavorato bene, quindi lo confermo; male, quindi voto centrodestra’). Personalmente non posseggo l’onestà intellettuale di optare per la seconda. Il mio voto è un voto ideologico, prepolitico se vogliamo perché fa appello a valori, qualcosa di filosofico e di etico, e non a ragione politiche, ovvero della concreta amministrazione della polis (che poi, esiste una politica che possa a fare a meno di una morale? Non parlo della immoralità della casta-classe politica italiana, parlo in generale.) Si può votare ‘contro’ (‘il pd mi fa schifo, però votare contro Berlusconi è doveroso’), si può votare per simpatie tragicamente apolitiche (Berlusconi che dichiara ‘non votate la Bresso, una donna che non si guarda allo specchio, ergo brutta, ergo peccato capitale nell’epoca bello = buono che lui ha inaugurato, non riprendendo il kalos kai agathos o come diavolo si scrive di Platone ma fondando realmente la società dello spettacolo di cui parlava Guy Debord. Si può votare in base a immagini più o meno ingenue e sentimentali (‘se la politica è un film western, quelli di destra sono i cowboy, quelli di sinistra gli indiani. A parte che ci han sempre fatto vedere gli indiani come aggressivi.’) Certamente non occorre essere marxisti per essere d’accordo col barbuto filosofo allorchè dice ‘la storia è da sempre storia di oppressori ed oppressi’. E sempre sarà? Se si risponde sì, difficilmente si può essere comunisti ortodossi. Rispondere si a questa domanda (o anche no) ci pone di fronte a un fatto per cui molti storceranno il naso sentendo la parola che sto per dire: la politica è anche una fede, e non è qui il teologo che io sono che attua una deformazione professionale, intendendo per fede l’atto di sperare in, fidarsi, attendersi, avere fiducia, credere. Personalmente, credo che la storia sarà sempre d’oppressori ed oppressi, per cui non posso essere comunista. Non spero abbastanza per esserlo. Non spero proprio. Ma torniamo a destra e sinistra.
Partiamo dalla destra, che è più facile. La destra si dice in molti modi. C’è la destra conservatrice, che poi cosa vuol dire? Valori della tradizione: patria e famiglia. Con probabili abbondanti spruzzate di cattolicesimo in stretta connessione con la sede cattolica apostolica romana. Molto impegnativo, soprattutto visto che l’intera classe politica ha religioni ben più secolarizzate da seguire. Ed è poi accettabile l’influsso della religione nella politica? E della Chiesa nella politica? (sono due cose diverse. Per come la vedo io, la religione può fornire valori morali sentiti autonomamente. La Chiesa è una autorità morale esterna che si sostituisce all’individuo). Naturalmente uno può appellarsi ai valori della tradizione anche essendo di sinistra, ma parole come patria e famiglia suonano indubbiamente di destra. Anche il nazionalismo, una cosa che in Italia praticamente non esiste (a ben donde, direi) suona indubbiamente di destra, in questo senso. Ma che cosa vuol dire essere nazionalisti? Un sentimento patrio d’anime belle, o forse una spiccata xenofobia che è alla base di un partito che tutti conosciamo? Il secondo modo d’essere di destra è infatti quello aggressivo, fascista / leghista, quello che si edifica sulla repressione dell’Altro, dall’incarceramento dei dissidenti nel Ventennio, alla radiazione di Luttazzi, Bigazzi, Biagi, Santoro, Busi, e-chiunque-abbia-una-opinione-e-non-due-tette, ai proclami prendere a calci nel culo gli immigrati e subito dopo pulirsi gli stivali con saponette omaggio. Ma da dove questa violenza? Uno dei motivi per cui sto qui scrivendo è proprio rispondere a questa domanda. Il terzo modo di destra, che poi è quello più profondo e che ricomprende i primi due, è quello della destra capitalista, intendendo per capitalista chiunque produca un reddito, quindi chiunque. Anche un pischello coi 20 euro di paghetta settimanale datagli da mamma e papà gestisce un capitale. Personalmente, reputo la distinzione tra capitalisti e classe operaia non all’altezza dei tempi, e le urne lo dimostrano. Ne parlerò nel paragrafo sulla sinistra. Il pensiero liberale, nella sua versione liberista, è il pensiero della destra capitalista.
La distinzione destra / sinistra si regge sull’interpretazione del pensiero liberale, a mio avviso.
Faccio un esempio concreto. Beppin guadagna 1000 euro al mese. Non è tanto. Lavora in un campo in Veneto, come bracciante. Si fa un culo così. non importa se il campo sia suo o meno. Lui ha quei soldi di netto a fine mese. E si fa un culo tanto, lo ripeto. Quando deve pagare le tasse (ipotizziamo, per facilità di calcolo: imposta del 10%) si chiede: per che cazzo devo dare 100 euro che ho sudato duramente a quei terroni dell’ostia? Beppin non lo sa, ma sta applicando il pensiero liberista. Il pensiero liberista è quel pensiero che afferma che ogni intrusione dello Stato sulla libertà del cittadino è un furto, un sopruso. Non è poi così diverso dai lineamenti del pensiero anarchico, tanto è vero che negli Stati Uniti si è sviluppata tutta una teoria interessantissima e solo apparentemente paradossale che si chiama anarco-capitalismo. Il liberista dice: perché devo dare allo Stato dei soldi che sono miei? Il problema è, che, postulando che lo Stato sia onesto (lo so, occorre un grande sforzo, ma c’è chi come Tolkien ha creato un mondo parallelo, no, forse è più facile pensare gli Hobbit) quei soldi non dovrebbero essere meramente per lo Stato, bensì per – introduco una parola chiave nel mio discorso – redistribuzione.
Redistribuzione significa che se l’aliquota tasse è per tutti 10% chi guadagna 1000 paga 100, chi guadagna 10000 paga 1000, sicché chi guadagna 1000 e tanto bene non sta, può migliorare la sua situazione attraverso l’investimento del 1000 pagato di tasse (se non evaso ehm ehm) di chi guadagna 10000. redistribuzione significa capire la paradossale solo apparentemente frase di Aldo Busi allorché dice: ‘sono contento di pagare le tasse’. Le tasse sono di sinistra. Le tasse sono un principio di ridistribuzione sociale. Le tasse sono ciò che, drenando del 10% (la percentuale, ripeto, è un esempio) tanto il ricco proprietario quanto l’umile bracciante (qui le classi sociali esistono, ma vedremo fino a che punto) permette lo sviluppo di un tesoro comune che ritorna al cittadino sotto forma di servizi come trasporti, scuola, ospedali. Questa cosa si chiama Welfare State. Il Welfare State, o Stato Sociale, è il principio in base al quale lo Stato si prende cura dei suoi cittadini offrendo servizi, appunto, statali, come la scuola, gli ospedali, le ferrovie. Tutto questo parte anche dalle tasse e dalle tasche dei cittadini. Se non che, slogan come MENO TASSE PER TUTTI fanno gola. Chi, di primo acchito, a voglia di pagarle? Chi ha voglia di pagare l’Ici? Se non che, meno tasse per tutti, significa meno servizi per tutti, anzi, meno servizi per molti, per i molti cioè che fan fatica ad arrivare a fine mese. Se prendiamo uno Stato a Welfare State molto ridotto come gli USA, dove vive davvero la legge di una canzonetta punk ‘kill the poor’, ‘ammazza il povero’, accade che l’Università ha rette esorbitanti solo quindi in un feudalesimo postmoderno per figli di papà, la sanità (Obama sta tentando di riformarla con grandissimo sdegno) è fatta in modo tale che se sei povero e ti ammali sei già quasi morto. O hai soldi, o muori. Max Weber, l’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Un consiglio di lettura, una realtà effettiva. Le tasse aiutano quindi chi ha di meno, perché, almeno in teoria, sono ciò che permette una ridistribuzione sociale.
Il problema è: chi crede nella ridistribuzione sociale oggi? Viviamo in un’epoca di crisi, e le epoche di crisi sono epoche di destra. Questa è la prossima cosa che cercherò di affrontare. Il paradosso di cui tutti parlano è quello per il quale gli operai votano Lega Nord. Cerchiamo di capirci qualcosa. Prima di tutto, spendo due parole sulla sinistra, che anche lei si dice in molti modi.
E’ attuale dire che la sinistra sta dalla parte dei più deboli, di chi guadagna meno, di chi ha un lavoro precario? Certamente si. Quello che è cambiato rispetto agli anni Sessanta è che allora era una classe sociale, adesso è la società intera ad essere precaria e nell’incertezza. Il fondamento del Sessantotto, tanto demonizzato oggi, è l’associazionismo. Il sentimento di appartenere ad un classe, ad un gruppo di persone che hanno un’urgenza, un problema condiviso, e che vogliono cambiare. Ciò che manca oggi è l’associazionismo. Il problema c’è, siamo tutti nella merda fino al collo, ma manca lo spirito di gruppo, per due motivi almeno: perdita di fiducia nell’idea di gruppo, sia esso il club dietro all’angolo o il partito che sembra stare in una trascendenza intoccabile quale neanche il Dio del Sinai, e accresciuto individualismo. ‘Coltivare il proprio giardino’ è la tipica risposta in quest’epoca di crisi. ‘Io faccio il mio, faccio il mio lavoro, coltivo il mio progetto, ma non credo in nessun miglioramento epocale’ dice questa voce rassegnata ma operosa. Il problema è che le ambizioni personali, il desiderio di realizzarsi per quello che si sente si potrebbe essere (professore di liceo, giornalista, pasticcere, contadino) poggia su un sistema statale e parastatale che lo fonda. In altre parole, i progetti personali si realizzano in un mondo che è fatto di politica. Ottenere un posto fisso da professore di liceo non dipende solo dalle competenze che posso acquisire, ma soprattutto dai tagli o dai finanziamenti al ministero della pubblica istruzione. Forse non pensiamo abbastanza a quanta politica c’è nelle nostre vite. Il problema è che gli aspiranti professori, e non solo loro, non si riuniscono, non si incazzano, non ci credono. Un giornalista di un mensile culturale afferma: ‘stiamo perdendo il gusto dell’indignazione’, in altre parole, parafrasando Camus, non ci incazziamo più, siamo rassegnati, e senza incazzatura, una sana incazzatura consapevole, c’è la rassegnazione che è l’esito desiderato da ogni autorità nei confronti dei suoi oppressi. Gli oppressi (son troppo marxista a usare questo termine?) non credono più nel miglioramento della propria condizione mediante associazione, e allora che fanno? Nel sentire la fatica di arrivare a fine mese, hanno la rabbia, la frustrazione, e la paura. La paura di perdere quel poco che hanno. E chi ha, ha paura di perdere quello che ha.
Paura di chi? Paura di cosa? Paura dell’Altro, dell’immigrato, simbolo di colui che può togliere quel poco quasi nulla che si ha. ‘Che se non c’è lavoro per me, ce ne sarà forse per loro?’ è la frase tipica, più o meno giustificata / giustificabile. Oggettivamente, c’è fatica, rabbia, povertà e frustrazione, incertezza e precarietà. Quindi, paura. Quindi, egoismo. Sappiamo molto bene, anzitutto a livello psicologico come il dolore, la paura, le situazioni emotive negative ci facciano iperconcentrarci sul nostro Io. L’atteggiamento difensivo, l’atteggiamento di chiusura, l’atteggiamento del ‘mi devo per primo salvare il culo io, chi ha tempo per gli altri, gli altri si fottano’ è il principio di ogni destra. La destra è egoismo, foss’anche motivabile dalla propria precarietà. Non sto certo a predicare a chi ha poco a spogliarsi di quel poco che ha. Il punto è che se la nostra è un’epoca di incertezza e di tornata povertà, non deve stupire come sia un’epoca di destra. Può sembrare paradossale, ma a me sembra perfettamente comprensibile.
La sinistra è allora qualcosa che si sviluppa quando si ha la pancia piena, quando si sta bene, quando ce lo si può permettere? E’ qualcosa di così ‘borghese’, come avrebbero detto negli anni Settanta? Credo proprio di sì. Anzitutto, siamo tutti tanto borghesi quanto proletari. Siamo borghesi nei nostri desideri, che non condanno. Siamo proletari, nella nostra condizione di incertezza e precarietà. Commercianti come operai, paradossalmente. Credo proprio che uno possa comprendere e sostenere valori come la socialdemocrazia, l’aiuto a chi ha di meno, la ridistribuzione del profitto, se prima di tutto si sente al sicuro. Se si sente che non ha problemi ad arrivare a fine mese. Naturalmente, occorre non essere avidi. L’avidità di chi ha e vuole avere sempre di più è la chiara degenerazione dei desideri borghesi succitati. D’altra parte, asserire che essere di sinistra significa non avere desideri borghesi in alcun modo (una bella casa, macchina, vestiti, etc) mi sembra in definitiva ipocrita. Certamente, essere di sinistra significa apertura all’altro, pagare le tasse affinché vengano ridistribuite, prendersi cura di chi ha meno di noi. Chi è di destra si dice: e chi se ne frega! Chi sarebbe di sinistra, ma non se lo può permettere perché quei soldi non li ha neanche per sé vota a destra e si frega da solo. Tagliare le tasse favorisce solo chi può già permettersi ospedali e università private. Qui non si tratta di dire: destra egoismo, sinistra altruismo in modo ingenuo e sentimentale. Si parla di un concreto piano di redistribuzione del reddito che fa appello alla divisione tra liberismo e socialdemocrazia. Naturalmente, le degenerazioni sono da entrambe le parti. Se la proprietà privata può essere tanto inviolabile in quanto proprio sforzo personale quanto un furto, anche l’intervento dello Stato può essere tanto il principio del Welfare State quanto le epurazioni staliniane dei proprietari terrieri, spauracchio tanto amato da Berlusconi.
E ripeto la mia tesi: per essere di sinistra occorre sentirsi al sicuro. Chi non si sente al sicuro non ha spazio per l’Altro, ma gli da un calcio nei denti o nel di dietro, fino a farlo sprofondare, per salvarsi la pellaccia.
Che poi in Italia ci sia una destra come quella di Berlusconi e Bossi nullifica di un colpo tutte queste parole, mortifica la volontà di capire di più, e fa votare contro loro e basta senza tanta filosofia. Peccato. Vorrei potermi permettere di chiedermi se è il caso di votare a destra, ci sono aspetti del liberismo – liberalismo anche condivisibili. Voglio anche questa libertà.